Mi sono scontrata per la prima volta con il genere del memoir nel 2017. Ero a Pisa, in un periodo in cui non sapevo bene chi fossi né che cosa stessi cercando. Mentre ero in attesa sui gradini della facoltà di filosofia ho tirato fuori dalla borsa Perché essere felice quando puoi essere normale? (Mondadori, 2012), il memoir della scrittrice inglese Jeanette Winterson (qui lo racconto meglio!).
La lettura di questo titolo ha rappresentato per me la svolta. Sin dalle prime pagine si è aperto davanti ai miei occhi un mondo di possibilità: ho capito che qualcosa poteva ancora essere fatto e che ero in tempo per tutto. Il memoir di Winterson è IL LIBRO che mi salva ogni volta che scivolo in un periodo di incertezze. Quale libro sceglierei di portare sempre con me? Questo!

Da quel momento, i memoir hanno preso sempre più piede nella mia vita. Per tanto tempo non ho dato peso a questo forte interesse per un genere specifico, ma con il trascorrere degli anni mi sono resa conto che spesso e volentieri tornavo là, a quella precisa tipologia di libro e di racconto. Ho quindi iniziato a costruire una mia biblioteca e ad informarmi su ricerche, articoli e manuali che parlassero di tutti quei libri che stavo scoprendo.
Prima di iniziare però, mettiamo dei punti fermi. Il memoir e l’autobiografia non sono propriamente la stessa cosa.
Il memoir rientra nella forma di scrittura biografica ma mette in pratica delle modalità, dei temi e degli obiettivi totalmente differenti da quelli applicati nell’ambito autobiografico.
Infatti, le autobiografie seguono tendenzialmente una traiettoria cronologica lineare, permettendo all’autore o all’autrice di inanellare gli eventi fondamentali della vita, soprattutto quelli che hanno condotto alla fama e al successo del protagonista stesso.
Come ben scrive Edvige Giunta, professoressa di letteratura e memoir della New Jersey City University, le storie descritte tramite la stesura di un’autobiografia mettono in risalto l’individuo affrancato dalla comunità di origine, tralasciando i legami culturali derivati dal rapporto con questa.
Al contrario, il soggetto descritto dal memoir è meno individualizzato e molto più intricato con la storia di un territorio e con la comunità di appartenenza. Potremmo dire che per definizione la scrittura del memoir è fortemente legata al gruppo sociale cui appartiene lo scrittore, a maggior ragione se si tratta di un gruppo marginalizzato. Per questo motivo, Giunta definisce il memoir come un genere nato per accogliere proprio tutte quelle storie difficili lontane dal canone letterario tradizionale. Se per un attimo, noi lettori, facessimo caso ai memoir che abbiamo letto ci renderemmo subito conto che nella maggior parte dei casi è proprio così. Le storie raccontate sono quelle degli emarginati, delle vittime di abusi familiari, dei senza voce; di coloro che tentano di rinascere da un torto subito o da eventi nefasti.
Non posso negare che l’idea di scrivere qualcosa di più definito non mi accarezzi da anni. Forse, in qualche periodo della mia vita, l’ho anche messa in atto, inconsapevole del fatto che stessi anche io scrivendo una sorta di memoir a più riprese. È capitato spesso che per ritrovarmi lungo il percorso compiuto abbia scavato nella memoria, riportando a galla momenti specifici, luoghi e persone, e che abbia appuntato il tutto su taccuini, blog e post di Instagram, ricomponendo una sorta di collage e di autoritratto. In più, non posso non vedere il valore terapeutico proprio del raccontare di sé. Scrivere, raccontare quello che succedeva intorno a me, è da sempre una forma di cura, e non solo. Scrivere di sé comporta la nascita di nuove suggestioni e di nessi esistenti tra ciò che siamo stati e ciò che saremo. Tante volte il significato delle cose ci sfugge, quando basterebbe mettere nero su bianco quello che accade e osservare il tutto dall’alto, con pazienza e attenzione alle piccole cose. Alle storie minuscole.
Lascia un commento