In evidenza

Libri 2023

  1. Hilda e il gigante di mezzanotte, di Luke Pearson
  2. L’editore presuntuoso, di Sandro Ferri (qui che cosa ne penso)
  3. Tenerumi, di Fabrizia Lanza (qui che cosa ne penso)
  4. The story of Doctor Dolittle, by Hugh Lofting
  5. La vita bugiarda degli adulti, di Elena Ferrante
  6. The Witches, by Roald Dahl
  7. Abe Sada. Il fiore osceno, di Michele Botton e Pietro Sartori
  8. Sullo scrivere e sui libri, di George Orwell
  9. La claque del libro, di Ambrogio Borsani
  10. Scirocco, di Giulio Macaione

Le cose piccole ma buone del 2022

Ehi! Vi sento che vi state lamentando dell’ennesissimo recap dell’anno, ma a me piace tanto scriverlo e, se devo essere sincera, anche leggere quelli degli altri.

Che cosa ci ha insegnato questo 2022?

Quando ho pensato di scrivere il recap di quest’anno non mi veniva in mente niente. Zero. Ma non è possibile. Sarà successo qualcosa di cui tenere traccia. Devo pur aver imparato qualcosa! Allora, come sempre, mi è giunta in aiuto la galleria del cellulare. Vediamo che cosa rimane di questo luuuuuuuunghissimo anno.

Le cose piccole ma buone del 2022

Cinquant’anni di zia Pise

Il 27 febbraio 1972 è nata zia Pise. Pise è un soprannome, in realtà si chiama Simona, ma penso di essermi rivolta a lei sempre e solo con Pise. Quest’anno ha festeggiato 50 anni. Quando ho fatto il calcolo degli anni che avrebbe compiuto mi sono spaventata.

Mamma è la più grande di tre sorelle. C’è lei, poi Lalli e infine Pise. Le mie due zie sono un po’ matte e da loro ho preso il mio lato più caciarone. Sono la parte felice della famiglia. Ogni volta che andiamo a casa di nonna a Bagno di Gavorrano respiro un po’ di spensieratezza. Tutto è più leggero, ridiamo un sacco, e per qualche ora i pensieri li lasciamo in provincia di Siena.

Sei anni di Gianlu

L’11 maggio io e Gianlu abbiamo festeggiato sei anni insieme.
Ieri pomeriggio lo guardavo e per la prima volta ho pensato a quanto questo anno sia stato difficile anche per lui. Immagino che non sia stato facile avere a che fare con me in questi mesi. Gianlu è rimasto – sì, okay, grazie al cazzo mi vuole bene ma non è scontato.

Con Gianlu imparo ogni anno quanto sia complicato – in senso positivo – stare con una persona. Bisogna aggiustarsi, disinnescare, ascoltarsi un sacco per sciogliere dei nodi, se necessario anche con carta e penna alla mano.
Quando sono in difficoltà mi dice sempre Ambrina ce la facciamo, e ce la facciamo davvero.
Gianlu è l’unico che sa mettere insieme i miei cocci quando mi spacco. Questo un po’ mi spaventa perché mi dico: E se un giorno Gianlu non dovesse esserci più? Non nel senso che potrebbe morire (nel dubbio grattati Gianlu! 🤘) Però Ambra anche basta pensare sempre alle cose brutte. Stai nel presente e sii felice! E continuiamo a dipingere gnomi.

La famiglia Signorini-Dini si allarga: le osmie

A maggio, in occasione dell’anniversario, io e Gianlu ci siamo regalati Polly, la casetta delle api. In realtà non sono vere api ma sono osmie, ovvero api che non producono miele ma che si occupano dell’impollinazione dei fiori. Per un paio di mesi hanno abitato nel terrazzo di casa a Poggibonsi, poi dopo l’attacco delle formiche sono state trasportate in salvo a Casole. Ora le osmie dormono e dormiranno fino alla primavera, quando da quei tubicini nascerà una nuova generazione di insettini gialli e neri. Non pungono, fanno compagnia e sono molto buffe quando tornano nella casetta con in braccio il polline.

Una marea di libri

Leggere meno per leggere meglio. Quest’anno non ho letto tantissimo (qui la lista completa dei libri del 2022), ma sicuramente ho letto dei gran bei libri con calma, senza fretta e con la giusta attenzione.
La cosa piccola ma buona dell’anno che riguarda i libri è questa: non voglio più che leggere sia solo un passatempo. Ci voglio credere, voglio immaginare un lavoro che giri attorno ai libri. Sono in ritardo sulla tabella di marcia? Non lo so, ma voglio provare.

I giorni di reclusione

A ottobre io e Gianlu ci siamo beccati il covid. Dopo due anni, doveva succedere. Abbiamo sperimentato la VERA convivenza: 24 ore su 24 insieme, 7 giorni su 7. Per fortuna è andato tutto bene.
In quei giorni sono stata ore a rotolarmi nel lettone tra febbre, tosse e raffreddore, e a farmi compagnia c’è stato il libro di Kawamura Genki: Se i gatti scomparissero dal mondo.

Ora capirete bene che io, che considero Leo la mia unica ragione di vita, sola a Poggibonsi senza poterlo stringere, con un libro simile tra le mani potevo avere solo pensieri assurdi.
Però, a parte la storia triste del vivere senza gatti e senza Leo in particolare, e l’assurdità di alcuni aspetti della trama, questo libro è stato fondamentale.

Se i gatti scomparissero dal mondo è la storia di un ragazzo della mia età a cui viene comunicato che morirà a breve. Il protagonista ragiona su tutto quello che avrebbe potuto fare e che per paura non ha fatto, sulle occasioni perse e su quanto sarebbe bastato crederci un po’ di più. In quel momento sembrava che quel libro mi stesse dicendo: alza il culo, credici e vai avanti. Smetti di crogiolarti nell’ansia, smetti di sentirti un peso per gli altri e di credere di sprecare il tempo delle persone che decidono di stare con te. Ma soprattutto: inizia ad ascoltare quello che realmente vuoi. Io non sono il progetto di nessuno.

Da questo delirio ne sono usciti altri. Per giorni ho tartassato Gianluca con: “Ma te ci pensi mai che abbiamo una vita sola, un’unica possibilità? E se muoriamo all’improvviso? E se non riusciamo ad essere felici?”

Dopo quei giorni di reclusione la mia ansia è sparita quasi totalmente, non ho più avuto pensieri intrusivi, non mi sento a disagio, non ho i crampi allo stomaco e non ho voglia di piangere all’improvviso. È come se avessi disegnato un cerchio intorno a me, un perimetro, con me al centro e i brutti pensieri fuori. So che cosa voglio e finalmente mi riconosco. Questa è stata la cosa piccola ma buona più importante e bella del 2022.

E per il 2023?

Per il 2023 ho delle aspettative altissime. Mi sento propositiva, ottimista, carica a pallettoni. Poi i numeri dispari mi piacciono molto. So per certo che sarà un anno impegnativo su diversi fronti: tanti progetti da portare avanti, tante nuove persone da conoscere. Non vedo l’ora di scoprire come sarà. Chissà che cosa racconterò nel recap del 2023…

📩 Quali sono state le vostre cose piccole ma buone del 2022?

Stranieri su un molo, Tash Aw

Non poteva esserci lettura migliore di Stranieri su un molo per mettere la parola fine a questo 2022 di libri, anno in cui ho finalmente deciso su quale genere concentrarmi: il memoir. Ormai ho uno scaffale della libreria pieno di titoli che aspettano di essere letti, e da oggi ne fa parte anche il memoir di Tash Aw (1971), autore sino-malese.

Stranieri su un molo (add editore, 2022) racconta che cosa significhi sentirsi persi in una terra straniera, una terra non necessariamente geografica ma fatta di legami, come può essere la famiglia.

Suddiviso in due capitoli, La faccia e Swee Sei o L’eternità, Tash Aw riesce in una manciata di pagine a descrivere contesti storici passati e presenti attraverso la ricostruzione delle vicende dei nonni, stranieri su un molo, che lasciarono la Cina per la Malesia durante gli anni ’20; della nonna, protagonista del secondo capitolo, in cui l’autore utilizza la sua esperienza di vita per raccontare la condizione della donna in Oriente e, infine, l’esperienza di Tash Aw in Occidente.

Il memoir si presenta come un puzzle di identità e di dialetti, di città da geolocalizzare, mantenendo come punto fisso le proprie radici familiari. Interessante il rapporto tra vita e scrittura. Scegliere che cosa tenere e che cosa lasciare del passato; cancellare e correggere come si fa con l’editing di un racconto. Ma, come dice l’autore, “Abbiamo bisogno di conoscere quel disordine per scoprire chi siamo.”

Stranieri su un molo è per te se ti piacciono i libri che raccontano di famiglia, di storie da non dimenticare, di identità multiple che cercano di convivere in una stessa persona, di privilegio e di culture diverse che si incontrano e ci arricchiscono, costringendoci a volte a separarci da chi amiamo.

Perché essere felice quando puoi essere normale: il memoir che ha dato inizio a tutto

A Perché essere felice quando puoi essere normale? di Jeanette Winterson devo un po’ di cose.
Devo la passione per i libri, il rispetto per la mia persona, ma soprattutto la forza di credere in qualcosa di migliore e di diverso.
Ricordo di aver acquistato il libro di Jeanette Winterson dopo una mattinata in cui avrei buttato all’aria qualsiasi progetto. Mentre camminavo in mezzo alla gente ho iniziato a leggere le prime righe, e da subito si è aperto davanti ai miei occhi un mondo di possibilità: una scarica di adrenalina mi ha percorsa da capo a piedi e ho capito che qualcosa poteva ancora essere fatto e che ero ancora in tempo per tutto.

Da quel giorno, quando per un attimo mi dimentico chi sono e perché faccio le cose che faccio, mi ricordo di questo passaggio del libro: “Tutto quello che è al di fuori di te ti può essere sottratto. Solo ciò che è dentro di te è al sicuro.” È una frase che ho appuntato un po’ ovunque, che mi soccorre quando sono in cerca di ispirazione e che mi incoraggia quando ho bisogno di una spinta per buttarmi in qualcosa di nuovo.  
A questo libro devo anche un’altra cosa. Perché essere felice quando puoi essere normale? è stato il titolo che mi ha avvicinata al genere del memoir (che, spoiler, non corrisponde esattamente all’autobiografia!).

Perché essere felice quando puoi essere normale? è la storia di Jeanette Winterson, una donna adottata e cresciuta ad Accrington, una cittadina della provincia di Manchester. Accrington è una città industriale, dipinta con toni grigi, tanta sporcizia e fumo, dove la classe operaia è in forte fermento.
Jeanette è stata adottata per colmare il bisogno di una donna dalla necessità impellente di affermare la propria esistenza; una madre dedita alla Chiesa, che di notte ascolta il Vangelo trasmesso in radio, in attesa dell’Apocalisse. Una depressa istrionica, come la dipinge Jeanette, che repelle il contatto fisico e tiene una pistola carica nel cassetto del comodino.

Del rapporto con la madre, Winterson scrive: “Ho sempre costruito le mie storie in opposizione alle sue. È stato il mio modo per sopravvivere, fin dall’inizio.”  Infatti, il racconto procede proprio così: Jeanette cresce e si conosce nonostante l’ingombrante presenza della madre adottiva. La figura del padre, al contrario, è una figura di contorno. C’è, ma si dimostra perlopiù indifferente nei confronti dell’educazione impartita a Jeanette, mostrandosi in realtà succube della moglie. Dal racconto che ne fa Jeanette capiamo che probabilmente il padre nutre un sincero affetto per la figlia, o quantomeno ci prova, ma la madre non lo ha mai permesso.

In un ambiente così descritto, privo di affetto e di dialogo, Jeanette cresce nella convinzione di non essere accettata, né tantomeno amata. Fin dall’infanzia, la scrittrice però si costruisce un appiglio, la lettura e, in seguito, la scrittura. Jeanette decide di diventare una scrittrice, di splendere nell’universo della letteratura, un mondo fortemente caratterizzato da un’impronta maschile. “Perché a una donna bisogna imporre dei limiti? Perché una scrittrice non deve coltivare l’ambizione? Perché una donna non deve essere ambiziosa?”, dice Winterson.
In una casa in cui ci sono soltanto sei libri, tra cui due copie della Bibbia, Jeanette legge i titoli della biblioteca; lavora, e con i soldi che guadagna compra altrettanti libri che stipa sotto il materasso, lontani dagli occhi della madre, e impara poesie a memoria perché facciano parte di lei.

Scontrandosi quotidianamente con la madre, Jeanette cresce, fino al giorno in cui le dichiara di essere una donna omosessuale e di voler prendere in mano la sua vita, ricevendo in risposta: “Perché essere felice quando puoi essere normale?”, frase che darà poi il titolo al memoir. Jeanette, ormai una ragazza di sedici anni, dopo tale risposta decide di andarsene di casa e, a bordo di una Mini, comincia una nuova vita – la terza in ordine cronologico, se contiamo la fase antecedente all’adozione e gli anni trascorsi con la madre e il padre. Finalmente artefice del proprio destino, Jeanette si dimostra una donna coraggiosa, decisa nel costruirsi un futuro a cui però manca una parte fondamentale, il passato, ma anche un’educazione all’amore.

Perché essere felice quando puoi essere normale? è un memoir in cui si racconta di una lotta alla sopravvivenza, di un’affermazione di sé nonostante gli ostacoli, e di quanto la cultura e i libri siano spesso ancora di salvezza.

Di quanto io sia grata a Tamara Tenenbaum e al suo “La fine dell’amore”

Sono una donna di 28 anni, cresciuta in un ambiente in cui se sei donna devi saper fare le cose di casa, rendere felice il tuo futuro marito (felicità che comporta il mio saper stirare le sue camicie, il mio essere inventiva in cucina nel preparare qualcosa di buono e di diverso ogni giorno), e devi lasciare per prima perché se vieni lasciata spesso (e la voce gira) non ti prende più nessuno.

La mia conoscenza dell’amore e delle relazioni è iniziata quando avevo quattordici anni, e da quel momento non sono mai stata da sola. Non lo dico per alludere alla fila di corteggiatori; lo dico perché, riflettendoci, io decidevo di stare con una persona perché non sapevo stare sola: avevo bisogno di una funzione, di un ruolo, che di solito era di cura.

Poi, fisiologicamente, arrivava la noia, di solito dopo un anno/un anno e mezzo. Ricercavo le prime sensazioni, le farfalle nello stomaco, la voglia di stare insieme ininterrottamente. L’ho capito negli anni che quella fase, la fase dell’innamoramento, finisce e ne subentra un’altra, ovvero la fase dell’amore. E’ in quel momento che si decide di restare, di capire, di sviscerare i sentimenti e i pensieri e di andare avanti. Sempre se, dall’altra parte, c’è la stessa voglia. Insomma, se ne vale la pena.

Oggi ho 28 anni e da più di sei sono impegnata con una persona. Avere 28 anni comporta, nel mio caso, fare i conti con domande impertinenti, pressione sociale, orologio biologico che costantemente mi dice di prendere una decisione perché altrimenti sarà il tempo a decidere per me.

Mi sono resa conto di tante cose in questi sei anni, ma gli ultimi mesi sono stati fondamentali. Hanno segnato un prima e un dopo. Qualcosa è scattato come una scintilla.

L’idea di un matrimonio per me è sempre stata lontana. Non ci ho mai riflettutto attentamente, non l’ho mai desiderato come punto di arrivo e non l’ho mai idealizzato, complici sicuramente l’idea di famiglia e di matrimonio che ho avuto, ma anche la grande difficoltà che ho nell’accettare un amore e una felicità.

A inizio anno, trascorrendo più tempo con questa persona, mi sentivo bene nel ruolo di donna di casa e di moglie. Riuscivo a vedermi sposata e il matrimonio è apparso per la prima volta come un’ipotesi reale: ma sì, facciamolo!

Poi un clic nella testa: perché adesso sì e prima no? Cos’è cambiato? Perché ti vedi realizzata soltanto nel ruolo di moglie? Non è che, forse, ti manca altro che pensi di compensare con un matrimonio che rassicuri tutti (perché almeno ti sei sistemata e esci dal nucleo familiare)? Ti sposi per te o per gli altri? Perché hai la sensazione che il tuo mondo ruoti attorno a lui? Chi sei senza di lui? Se lui un giorno non dovesse esserci più, che cosa hai realizzato di soltanto tuo?

Quando questi pensieri sono apparsi nella mia testa, ho sentito subito un forte senso di colpa perché ero sbagliata: sbagliata ai suoi occhi perché per lui non sarei mai stata abbastanza; sbagliata agli occhi della famiglia perché potrei decidere di non rispettare le tappe imposte. Che donna sei se non vuoi sposarti, se non vuoi figli, se non pensi a lui come il centro del tuo mondo a cui essere riverente sempre?

Mi sentivo sola perché di queste cose è difficile parlarne. Il giudizio è sempre lì, dietro l’angolo, e, sinceramente, non mi va di sentire delegittimati i miei pensieri.

Poi è arrivata lei, Tamara Tenenbaum, con La fine dell’amore. Amare e scopare nel XXI secolo (Fandango Libri, 2022), un libro tra il memoir e il saggio divulgativo che ha come tema la decostruzione dell’amore romantico ma anche della famiglia tradizionale, partendo dalla sua esperienza personale.

Tamara Tenenbaum (1989) è una giornalista argentina, insegnante di Filosofia, cresciuta in una comunità ebraica ortodossa a Buenos Aires, dove ha vissuto fino ai 23 anni. Tenenbaum specifica sin da subito il suo punto di vista, quello di una donna bianca, eterosessuale, figlia di una famiglia monoparentale, appartenente alla classe media urbana argentina.

All’interno di La fine dell’amore, Tenenbaum affronta, capitolo per capitolo, i grandi temi che caratterizzano i legami eterosessuali, le dinamiche di potere, la cultura dello stupro e del consenso, il mito della bellezza, la maternità, la libertà e l’educazione sessuale.

Si parla di relazioni e di amore come impegno, come mercato del desiderio, ma anche come un privilegio perché sì, è un privilegio poter investire nella coppia.

Tenenbaum propone di uscire dalla logica individuale e di adottare un nuovo paradigma, l’amicizia; costruire legami seri ma flessibili; adottare uno sguardo decostruttivo che analizzi il sistema e che tolga il peso della responsabilità individuale.

La fine dell’amore è un libro ricco, completo, arricchente, fondamentale per sentirsi finalmente riconosciute. Per accettare che possiamo essere tante cose e che possiamo sentirci libere di non aderire a nessun ideale, vivendo comunque appieno l’amore .

**Libri citati in La fine dell’amore e che leggerò**

Tagly: il mondo nerd nel taglio laser

Quando si ha un’idea in cui si crede molto, inizialmente si tace. Si mantiene il segreto e si aspetta il momento giusto. Un po’, per paura del giudizio degli altri. Un po’, per semplice scaramanzia.

Ho deciso di raccontare di Tagly, il progetto di Eugenio Malavasi, perché rappresenta l’esempio di un procedimento creativo e produttivo nato da un’idea che non è rimasta a prendere polvere nel cassetto del vorrei ma non posso.

Ho sempre pensato che quando un giovane decide di lasciare il lavoro e di buttarsi a capofitto in un progetto, è perché nella vita manca qualcosa. In realtà, quando l’ho chiesto a Eugenio, lui mi ha risposto che non gli mancava niente. Voleva però creare qualcosa da zero. E così ha fatto.

Eugenio è un ragazzo di trent’anni cresciuto a Mirandola, una cittadina in provincia di Modena di circa ventimila abitanti. Se chiedete delle sue passioni, Eugenio risponde con chitarra elettrica e Il Signore degli Anelli. La chitarra elettrica c’è ma è un sottofondo musicale; Il Signore degli Anelli, invece, se lo è portato fin dentro al suo nuovissimo progetto: Tagly.
Infatti, il filo conduttore è il mondo nerd: serie tv, videogiochi, cinema.

Tagly è una startup made in Italy che si occupa di taglio laser in metallo, partendo dai disegni forniti dagli artisti che decideranno di collaborare al progetto. Infatti, alla base di Tagly c’è l’idea di una cooperative design: gli artisti possono inviare – tramite l’Artist Area del sito – i loro disegni che verranno tagliati a laser (il risultato finale è quello che vedete qui sopra). Per ogni tagly venduto, l’artista riceverà un compenso del 5%. In più, tramite dei video tutorial disponibili sul sito, è possibile vedere da vicino che cosa accade al disegno durante un taglio laser, che, ricordiamolo, procede per sottrazione.
Del taglio e dell’assemblaggio delle cornici si occupano due aziende italiane, mentre dell’installazione delle luci led si occupa lo staff di Tagly.

L’idea di Eugenio è quella di incentivare l’imprenditoria giovanile e di riconoscere il valore degli artisti emergenti e non, arricchendo la nostra società grazie ad un circolo virtuoso.

Per tanto tempo, Tagly è stata un’idea. Adesso, invece, esiste anche nel mondo reale ed è pronta a conquistare dei punti espositivi in Toscana ma anche in Emilia (perché si torna sempre dove si è stati bene!)

Se eravate in cerca di ispirazione o di un DAI DAI DAI alla René Ferretti, qui molto probabilmente lo avete trovato. A volte dobbiamo fidarci del nostro istinto, lasciare che un’idea ci ossessioni e aprire quel cassetto dei progetti abbandonati perché non abbastanza meritevoli. Tanto lo so: tutti ne abbiamo uno.

Tutto chiede salvezza, di Daniele Mencarelli

La settimana scorsa ho letto Tutto chiede salvezza, il romanzo biografico di Daniele Mencarelli, uscito per Mondadori nel 2020 e vincitore del Premio Strega Giovani di quell’anno.

Daniele Mencarelli
(Immagine di romadailynews.it)

Ammetto che, se non avessi saputo dell’imminente uscita della serie tratta dal romanzo, molto probabilmente non avrei mai conosciuto Mencarelli. Sbagliando, sì, e facendo vincere un velato pregiudizio che nutrivo nei confronti dell’autore.

Tutto chiede salvezza, Daniele Mencarelli
Mondadori, 2020

Tutto chiede salvezza è il racconto dei sette giorni che Daniele Mencarelli – allora ventenne – ha trascorso all’interno di un Dipartimento Psichiatrico per un Trattamento Sanitario Obbligatorio.
Il 14 giugno 1994, Daniele si sveglia in un letto d’ospedale, in una stanza condivisa con altre cinque persone. Si trova lì perché la sera prima, preso da un attacco di rabbia, ha distrutto casa e causato un malore al padre.

Daniele è un ragazzo sensibile, acuto e particolarmente profondo. Assorbe la sofferenza del mondo e si interroga sul perché dell’esistenza del male e del dolore.

“Ma è sbagliato cerca’ un significato? Perché devo avere bisogno di un significato? Sennò come spieghi tutto, come spieghi la morte? Come se fa ad affrontare la morte di chi ami? Se è tutto senza senso non lo accetto, allora vojo mori’.”

Il suo “desiderio patologico” ha un nome, salvezza, parola che non dice mai ad alta voce se non a sé stesso. Daniele desidera fare esperienza del mondo e della vita senza macigni sul cuore: essere impenetrabile. In parte riesce a dare un senso a quello che prova e a prenderne coscienza tramite la scrittura. Daniele, infatti, scrive poesie sin dalla terza media perché, secondo lui, la scrittura è l’unico mezzo che possiede per raccontare quello che vede e che gli esplode dentro.

Tra le persone con cui Daniele condivide la stanza c’è Mario. Mario, come una specie di Virgilio, accompagna Daniele verso una nuova consapevolezza di sé, affrontando importanti riflessioni sulla follia e sul rapporto tra la scienza e la mente umana, soffermandosi sul bisogno dell’uomo di bollare come negativo tutto ciò che è diverso o non convenzionale.
Mario riconosce l’importanza della cura farmacologica e l’esistenza dei disturbi mentali, ma chiede a Daniele di non smettere mai di interrogarsi, di conoscersi, e di indagare chi è veramente.

Come racconta l’autore durante un’intervista, la settimana di ricovero è stata fondamentale perché ha rappresentato il primo momento in cui ha potuto parlare della sua natura senza provare vergogna. E lo ha fatto non tanto con il personale medico ma con i suoi compagni di stanza, le persone più simili e vicine a lui che Daniele abbia mai conosciuto.

Tutto chiede salvezza è un romanzo che si appiccica addosso. Non per la trama – che qui non ha importanza – ma per la potenza delle riflessioni, delle emozioni e della sincera sensibilità e comprensione che richiede. Un romanzo che ha bisogno di cura e di ascolto, che pone chi legge di fronte a dei dilemmi non banali e che chiede di non fermarsi all’apparenza delle cose ma di scavare, proprio come fa Daniele.

Ricominciare

Ricominciare è forse la mia parola preferita.

Sì, ma da dove si ricomincia?

L’ultima volta che ho scritto un pensiero profondo qui sul blog era maggio. Oggi è il 12 ottobre e qualcosa, nel frattempo, è successo.

Settembre è il mio mese. Non solo perché festeggio il compleanno (quest’anno ho spento 28 candeline, crisi di panico come sempre per via dell’orologio biologico che scorre inarrestabile mentre io c’ho sempre quella sensazione di rimare impantanata), ma anche perché settembre è il mese dei progetti. Anche se in autunno le foglie cadono e tutto muore, io mi sento molto più propositiva ed energica. Tant’è che sto qui, con un sacco di idee in testa. (E poi non sono una foglia)

Settembre mi ha dato anche l’occasione di fare il PUNTO DELLA SITUA. A giugno ho finito gli esami della magistrale, un percorso lungo e tortuoso ma bellissimo. Al netto di tutti gli scleri, ho avuto sempre la sensazione di arricchimento, di essere nel posto giusto, e che niente fosse sprecato. A onor del vero, all’appello manca l’esame di inglese, quell’idoneità bastarda da 3 cfu. Ma ci stiamo lavorando. NO PANICO!

Spero di avere ancora il tempo di studiare alcune delle materie che ho scoperto durante la magistrale, in modo particolare IL MONDO DELLA SEMIOTICA. Lo so, fa un po’ saputella metterlo nero su bianco, ma vi giuro che non è così brutta come si pensa. Ma andiamo avanti.

Cosa importante: ho smesso di andare dalla psicologa. L’ultima volta che ci sono stata era maggio, forse in coincidenza con l’ultimo pensiero profondo. Non ci vado più per un semplice motivo. Sentivo un’etichetta appiccicata sulla fronte, come se fossi diventata quel problema e la mia identità si fosse annullata. Sicuramente gli incontri con la psicologa sono serviti a indagare una parte della mia infanzia e altri comportamenti che metto in atto adesso, ma ero diventata solo quello. Ero fatta di ansia, e avevo l’ansia di parlare della mia ansia. Adesso qualcun* di voi dirà: “Ma così nascondi la polvere sotto il tappeto!” Sì, può darsi. Fatto sta che, nascondendo questa polvere, io sto decisamente meglio. C’è stato qualche episodio di attacco d’ansia forte (come fuggire non appena arrivata davanti a un ristorante perché troppo lontano da casa), però i crampi allo stomaco non li ho più.

Ho iniziato a stare meglio da giugno, quando, dopo più di due anni, sono tornata all’università per dare l’ultimo esame scritto. Scritto. Avete capito bene. Per voi sarà una banalità, ma per me, che non riuscivo a stare ferma in un punto per troppo tempo senza sentire i crampi allo stomaco, è stata una prova decisiva. Ed è andata benone! Un’altra piccola sfida che ho portato a casa.

A giugno poi è successa un’altra cosa bella. Ogni pomeriggio, dal 2 giugno, sono la babysitter di un bambino di dieci anni. Lui non lo sa ma mi sta aiutando tantissimo a riabituarmi ai tempi delle altre persone. Giochiamo, facciamo i compiti, mi racconta dei suoi amici e di quello che impara a scuola. E io lo ascolto. Respiro e ascolto. E sto ferma sulla sedia accanto a lui.

Ma arriviamo a oggi. Che cosa frulla nella mia testolina? Di tutto, ma soprattutto LISTE DI COSE.

Ho comprato un taccuino a righe che ho diviso per progetti: di vita, di formazione e di creazione. Tutte le mie idee stanno lì dentro, con Leo che fa la guardia. C’è anche la LISTA DI TUTTO, dove appunto davvero la qualunque.

Piccoli spoiler:

  • Domani esce la recensione di Tutto chiede salvezza di Daniele Mencarelli
  • Forse potrei aver pensato di scrivere una newsletter monotematica (non si sa da quando ancora)
  • Rubrica mensile di recap di letture e acquisti librosi su Instagram
  • Spazio ai progetti di altre persone

Raga, la roba è tantissima ma io sono carica a pallettoni. Vediamo che cosa ne uscirà!

Grazie per aver letto fino qui!

Se vuoi raccontarmi qualcosa di te puoi scrivermi in DM qui @unacosapiccolamabuona. Ti ascolto/ti leggo con tantissimissimo piacere!

Le graphic novel che ho letto a giugno

Le graphic novel mi piacciono sempre di più!

Ammetto di averle sempre sottovalutate e di averle considerate spesso un prodotto di serie B rispetto ai libri “normali”. Ma da circa un paio di anni (complice la pandemia), mi sono avvicinata a questo mondo e continuo tuttora a scoprire delle chicche strabilianti.

La tecnica di lettura che utilizzo è quella di leggere prima in digitale (prendendo il titolo in prestito, per esempio) e poi, se effettivamente mi è piaciuta, comprare la graphic novel e arricchire la mensola dedicata della mia libreria.

Durante il mese di giugno ne ho lette tre, una più bella dell’altra, e tutte e tre edite da Bao Publishing, casa editrice di cui avevo già scritto l’anno scorso.

Ma procediamo con ordine!

Le graphic novel che ho letto a giugno

Basilicò, di Giulio Macaione

La prima graphic novel che ho letto questo mese è stata Basilicò, di Giulio Macaione, autore catanese che ha deciso di trasferire la sua Sicilia all’interno del racconto edito Bao.

Basilicò, ambientato a Palermo, racconta di una famiglia composta da Maria e dai suoi cinque figli: Giovanni, Agata, Diego Maria, Rosalia e Santo. Uno l’opposto dell’altro, ma che si uniranno quando si troveranno ad avere a che fare con qualcosa di irrisolto.

Il racconto inizia con il funerale di Maria e la voce che sentiamo è proprio la sua.
Dalle prime pagine in poi, la storia si articola in diversi filoni temporali: gli anni ’60, quando Maria incontra il padre dei figli; il presente dei protagonisti; il momento del funerale della donna.

Le tavole che raccontano del passato sono color seppia, mentre tutto il resto è in bianco e nero.
Ogni capitolo è intervellato da una ricetta per la preparazione di piatti che, tra gli ingredienti, hanno anche il basilico, da sempre presente nella quotidianità della famiglia e che custodisce un segreto.

La famiglia di Maria nasconde delle verità sottaciute che il lettore dipanerà pagina dopo pagina.

Il rischio spoiler è molto alto. Vi dico soltanto che a lettura ultimata urlerete: OH MIO DIO CHE COSA STA SUCCEDENDO!

In inverno le mie mani sapevano di mandarino, di Sergio Gerasi

Spulciando il catalogo sono incappata nella graphic novel di Sergio Gerasi In inverno le mie mani sapevano di mandarino. Il titolo mi ha incuriosita subito: tutto ciò che riguarda la memoria, i ricordi e il passato mi affascina tantissimo.

Il protagonista è Nani, un uomo la cui caratteristica principale è quella di avere sulla testa una cerniera da tenere chiusa per non far entrare i ricordi. Ogni tanto però appaiono dei mostriciattoli (unico elemento colorato) che tentano di spingerlo ad aprire la cerniera.

La storia è ambientata a Milano, una città onirica che il protagonista percorrerà per recuperare una nuova memoria per la nonna, affetta dal morbo di Alzheimer.

Una graphic novel che mi è piaciuta tantissimo, dalla storia ai disegni, dal tema del ricordo e della memoria alle atmosfere malinconiche.

Pelle d’Uomo, di Hubert e Zanzim

In occasione del mese del Pride ho deciso di leggere Pelle d’Uomo, di Hubert e Zanzim.

La storia è ambientata in una città rinascimentale. La protagonista, Bianca, ha quasi diciotto anni ed è promessa in sposa a Giovanni, un uomo che non conosce affatto. Infatti, Bianca vorrebbe prima fare la sua conoscenza, capire come si comportano gli uomini, e decidere in autonomia se sposarlo.

La sua madrina le arriva in soccorso, rivelandole un segreto:

“Le donne della nostra famiglia custodiscono un segreto. Siamo in possesso di una pelle d’uomo. Lo chiamiamo Lorenzo. Una volta sulla tua pelle, nessuno dubiterà di avere davanti un ragazzo. E così potrai muoverti in incognito nel mondo degli uomini.”

Infatti, le donne della famiglia di Bianca si tramandano, di generazione in generazione, una pelle d’uomo che, indossata, trasforma la donna in un uomo: Lorenzo.

Bianca inizierà a indossare la pelle e diventerà Lorenzo, un personaggio che prenderà vita e che renderà la giovane ragazza libera di esplorare se stessa e il mondo degli uomini, e di conoscere finalmente Giovanni.

La forza di Pelle d’Uomo sta nel combattere gli stereotipi e nell’affrontare la fluidità di genere, sottolineando quanto i costrutti sociali intrappolino la nostra libertà sessuale e di espressione.

Che cosa leggere su Kindle Unlimited

L’estate è ufficialmente iniziata. Ci aspettano mare, piscina, gite al fiume e al lago. Tanto tempo dedicato al relax e, ovviamente, alla lettura.

In estate – ma ormai tutto l’anno – sono del partito lettura in digitale. Mi piace avere con me diversi titoli tra cui scegliere: racconti, saggi, memoir, romanzi e graphic novel.

Per questo motivo ho deciso di spulciare il catalogo di Kindle Unlimited, il servizio di prestito digitale targato Amazon che permette di scaricare e leggere in contemporanea fino a 20 titoli.
Il servizio costa 9,99 €/mese ed è possibile effettuare una prima prova gratuita di 30 giorni.
Sono mesi ormai che lo utilizzo e mi trovo molto bene.

Ecco i miei consigli!

Che cosa leggere su Kindle Unlimited

In Città sommersa, Marta Barone racconta di suo padre, L.B., e delle vicende giudiziarie a lui legate.
Sullo sfondo c’è Torino, la città sommersa. Percorrendo le strade della città e mettendo insieme parole e ricordi, Marta Barone ricostruisce la storia di suo padre, figurandosi e risemantizzando un passato a lei sconosciuto. Chi è stato veramente suo padre?

Cosmetica del nemico è un lungo dialogo tra due voci, costrette in un aeroporto a causa di un ritardo dei voli. Claustrofobico e incalzante. Filosofico e sagace.
Che altro dire di questo libro? Direi soltanto che fareste meglio a leggerlo e a fidarmi di me.
(Consiglio bonus: di Nothomb vi suggerisco di leggere anche Metafisica dei tubi e Igiene dell’assassino, che però non sono disponibili su Kindle Unlimited).

Ricordo benissimo quando, durante il tirocinio del secondo anno di università, mi ritrovai ad assistere a un incontro protetto tra un padre abusante e un figlio abusato.
La teoria ci insegna che quando si è presenti a queste scene, la nostra mimica facciale deve essere impassibile. Niente deve trapelare. Nessuno deve accorgersi di cosa stai pensando.
Io non ci sono riuscita. Me ne sono andata a fine incontro e ho pianto tantissimo.

Purtroppo, di storie così se ne sente parlare spesso, e @emastokholma ha deciso di raccontare la sua storia per aiutare bambini e bambine che come lei hanno subìto violenze e non hanno potuto avere l’infanzia che avrebbero desiderato.

Un bambino è da difendere e tutti siamo complici se sappiamo e non diciamo.

Di Non stancarti di andare ne ho già parlato qui sul blog. Che graphic novel stupenda!

Avete presente quei film dove, davanti alla tv, ti metti a urlare alla protagonista: “Non farlo! Non fidarti! Non entrare là dentro!” Ecco. Rosemary’s Baby è esattamente questo.

Un romanzo horror scritto nel 1967 da Ira Levin e ambientanto a New York negli anni ’60.

Il romanzo racconta di Rosemary e Guy Woodhouse, una giovane coppia borghese che si trasferisce in un appartamento di un condominio poco raccomandabile.

Satanismo, congrega, streghe. Il finale non mi ha convinta del tutto, forse perché non appartiene esattamente al mio genere di letture. A ogni modo: consigliato!

  • Basilicò, di Giulio Macaione (Bao Publishing, 2016)

Ambientanta a Palermo, Basilicò è la storia di Maria e dei suoi cinque figli. Una graphic novel incalzante, ricca di colpi di scena e capace di raccontare gli intrighi di famiglia, le liti e le incomprensioni.
Il basilico è l’ingrediente delle ricette che intervallano i capitoli, ma non solo.

Credo che di Basilicò ne riparleremo molto presto!

Un uomo a pezzi è stato il mio primo titolo di Muzzopappa. Tramite una serie di frammenti, l’autore racconta di sé e della sua famiglia, di momenti legati alla sua infanzia o alla vita con Carmen, la fidanzata. Ci sono Milano ma soprattutto la Puglia, con le friselle e la salsa al pomodoro fatta in casa ad Agosto.

Mi sono divertita tantissimo! Un uomo a pezzi è il titolo perfetto per quando si ha voglia di ridere e di ritrovare la propria famiglia nelle famiglie degli altri.

(Affari di famiglia sarà il prossimo di Muzzopappa che leggerò, anche questo disponibile su Kindle Unlimited.)

*Consigli extra*

E voi? Che cosa leggerete quest’estate?