Per tutte le volte che mi vedi strana

Ieri, mentre stavo tornando a casa e guidavo la mia seicento che da un giorno all’altro mi lascerà a piedi, ho sentito che era arrivato il momento di scrivere di questa cosa qui, per tutte le volte che mi vedi strana.

Perché sì, spesso, da un po’ di tempo, in precisi momenti io divento strana. Mi assento. Sparisco.
Non sento più niente. Cioè, in verità sento, ma non le voci degli altri. Sento solo il mio corpo e la vocina nella testa che dice: “Stai per sentirti male. Devi scappare subito.”

Ci sono dei momenti precisi in cui questa cosa si presenta e mi scollega la mente dal corpo.
Mi proietto in avanti, nel futuro, e tanti saluti al qui e ora. Potrebbe succedere di tutto: un’esplosione, un cane che sbuca fuori dai cespugli all’improvviso mentre sono a passeggiare, il terrazzo che cede (giuro che non scherzo).
Giusto per non farmi mancare niente ho appeso un planisfero alle pareti della mia camera, proprio vicino al letto. Da quando è lì vivo nel terrore che il chiodo possa cedere e che il planisfero cada a terra facendo un tonfo fortissimo.

Ho il terrore dei rumori forti e improvvisi. All’età di 28 anni sto ancora lontana dai palloncini e mi tappo le orecchie a ogni spumante da stappare.
A volte mi paragono a zia Josephine, il ruolo interpretato da Meryl Streep nel film Una serie di sfortunati eventi. Non sono proprio a quei livelli ma poco ci manca.

zia Josephine, mio alterego

Di questo mio malessere io accuso soprattutto la pandemia, ma in realtà non so quanta responsabilità in percentuale abbia e quanto in verità sia io a non voler vedere altri fattori.

Nella mia mente, il periodo di pandemia ha spento il tempo.
Il tempo è diventato infinito. Non c’era più bisogno di controllare né di pianificare perché tutto era in dubbio. Sempre.

Quando però abbiamo ricominciato a uscire, ad avere vita sociale, io non sono stata più capace a starci in quel tempo. Non so più aspettare. Non so ascoltare. Non so stare ferma per tanto tempo. Adesso non potrei prendere un bus, né stare ferma seduta a lezione all’università come facevo prima.  

Mi sono accorta di soffrire di questa cosa quando ho ricominciato con le ripetizioni. Entravo nelle case degli altri e dopo dieci minuti dovevo scappare.
La prima volta non l’ho capito. Ha cominciato a farmi male la pancia e ho accampato una scusa e me ne sono andata. Poi è successo di nuovo, e ancora e ancora. Con persone diverse, con le mie amiche, con Gianluca, a casa mia. Quindi sono giunta alla conclusione che la cosa che mi causa questa cosa è la gestione del tempo. Io vorrei velocizzare e controllare i minuti ma non posso. Devo stare nel presente e abbassare lo stato di allarme costante in cui mi ritrovo a vivere da mesi.

La cosa assurda è che io vivo tutto questo non quando sono in contesti con tante persone (conclusione logica dato che veniamo da una pandemia) ma, al contrario, proprio nella tranquillità.
Per stare ferma a parlare con le mie amiche mi ci vogliono almeno venti minuti per ambientarmi, capire le vie di fuga, pur essendo in casa loro, un posto che frequento da quasi trent’anni e dove mi sono sempre sentita al sicuro.

Quando questa cosa si fa pesante e non riesco più a tenerla nascosta, allora sono costretta a dire tutto a voce alta, avvisare che è un periodo un po’ così ma non fateci caso, passa. E invece non passa. E sento una scarica di adrenalina fortissima che mi costringe a piangere. Scarico la tensione e tutto torna tranquillo. Ma devo essere al sicuro, con persone che mi conoscono e che sanno di questa cosa che ancora non sono riuscita a definire. Non so se siano attacchi di panico, attacchi d’ansia. Non lo so.
Io so solo che in quei momenti vorrei aria, camminare e non ascoltare più.

Quando mi prende molto forte devo contare. Conto i secondi, le bottiglie sulle mensole e tutto quello che mi capita a tiro. Altra cosa che mi aiuta è ascoltare le persone in un modo particolare. Immagino le parole che escono dalla loro bocca, come un fumetto, e io devo leggere anziché ascoltare. Quindi mi concentro sulle parole e sento che l’ansia – la cosa – cala e torno in me. A volte mi basta muovermi sulla sedia e sentirmi: sentire che io sento il mio corpo e che posso controllarlo.

Se dico di questa cosa a più persone sto meglio. Senza scendere nei dettagli, ma solo anticipando.
Sì, potrei diventare strana ma abbi pazienza che torno in me e ti ascolto. Dammi almeno venti minuti di bonus e ci sono.
Adesso, per tutte le volte che mi vedi strana, sai il motivo.

P.s. la seicento mi ha lasciata a piedi davvero

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