4321, Paul Auster

Ho iniziato a leggere 4321 tre giorni dopo il compleanno di mio nonno e ho terminato la lettura comprando il regalo di compleanno per mio padre. Complessivamente, 4321 mi ha accompagnata per circa cinque mesi, facendo capolino durante tristi periodi e prendendo piede nei giorni di vacanza.

Leggere 4321 è stata una sfida. Non mi ero mai avvicinata a Paul Auster.

L’immenso e temuto Paul Auster, uno di quegli scrittori che DEVI ASSOLUTAMENTE LEGGERE nell’arco della vita. Ma c’era quel timore di non farcela, di non essere in grado, non solo di apprezzarne la scrittura, ma soprattutto di non riuscire a portare a termine un mattone come primo appuntamento!

Ricordo di aver pensato: “Mi butto. Ci provo. O la va o la spacca!

C’era il rischio di dire subito BYE BYE a uno dei più grandi scrittori americani, ma se sono qui a raccontarvelo significa che è stato amore a prima lettura.

4321, di Paul Auster

4321 è un gioco a incastro, una sfera di cristallo, un caleidoscopio. Un romanzo che può essere letto seguendo l’ordine effettivo delle pagine, oppure assaporando una storia alla volta. State pur certi che niente risulterà confusionario o lasciato al caso.

4321 è la storia di Archie Ferguson, raccontata secondo quattro destini, diversi l’uno dall’altro, che hanno come medesima origine un fraintendimento linguistico che dà inizio alla dinastia Ferguson.

Tutto comincia il primo giorno dell’anno 1900, quando il nonno paterno di Archie sbarca in America e alla domanda del funzionario dell’immigrazione (Nome?) risponde in yiddish Ikh hob fargessen (Non me lo ricordo più!)
Da qui, con Ichabod Ferguson, comincia 4321. Un incipit straordinario, accompagnato da una delle più efficaci descrizioni che io abbia mai trovato:

Nel suo primo pomeriggio a New York s’imbatté in un ambulante che vendeva le mele più rosse, più tonde e perfette che avesse mai visto. Incapace di resistere, ne comprò una e l’addentò con ingordigia. Al posto della dolcezza che già pregustava, sentì uno strano sapore amaro. Peggio, la mela era di una morbidezza rivoltante, e appena affondò i denti nella buccia, l’interno del frutto gli colò sul cappotto, una cascata di liquido rossastro punteggiato da una miriade di semi, simili a pallini di piombo. Fu questo il suo primo assaggio del Nuovo Mondo, il suo primo, indimenticabile incontro con un pomodoro del New Jersey.

Archie Ferguson veste i panni di giocatore sportivo, di attivista, di scrittore e di giornalista, sotto il costante velo di un destino a tratti crudele e affabile.

L’unica certezza di cui disponiamo e di cui dispone Ferguson è Ferguson stesso, il solo esempio di tangibilità e di concretezza, capace di rapportarsi con il mondo attraverso un corpo di carne.

Cazzotti, sesso, alcool. Delusioni e passioni. Partite di baseball e nottate a scrivere piegati alla scrivania.

Come dice lo stesso Paul Auster in Diario d’inverno,

Hai una sola certezza: tu sei lì. Lo sei perché c’è il tuo corpo e tu sei il tuo corpo. Il tuo corpo è lo spazio che hai attraversato, ma anche il tempo che ti ha reso ciò che sei.

L’intero romanzo si sviluppa sullo scenario storico di un’America raccontata dall’inizio del XX secolo sino alla fine degli anni ’70. E proprio da questo si nota la maestria di Paul Auster: una ricostruzione storico-politica fedele ai fatti, tant’è che Ferguson appare un personaggio realmente esistito per quanto ben incastonato nella Storia del mondo.

Ma non è solo questo. Paul Auster è riuscito a creare una sorta di alter ego – se così possiamo definirlo – in cui le due vite del creatore e della creatura si mescolano, a tal punto da non affermare con certezza se stiamo leggendo Paul che racconta Archie o Archie che racconta Paul. Lo scopriremo? Forse. O forse no.

Come avrete capito, 4321 è la prova del fatto che ogni individuo è un mondo a sé, capace di percorrere un’infinità di vite possibili.

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